di Umberto Gambino
La Sicilia, si sa, è un continente vitivinicolo del tutto particolare. Un luogo dove la geografia è destino: l’altitudine di Chiaramonte Gulfi non è la stessa cosa della brezza salmastra che accarezza le Eolie, e i suoli lavici dell’Etna non hanno nulla a che fare con la campagna calcareo-argillosa di Vittoria. Eppure, c’è chi ancora riduce questa “isola-mondo” alla sola narrazione etnea. Errore. La Sicilia è molto, molto di più. L’edizione 2026 di Sicilia en primeur lo ha dimostrato — ancora una volta — senza bisogno di appello. L’occasione perfetta per assaggiare il caleidoscopio enologico della Trinacria, attraversando bianchi, rossi, passiti e Marsala da nord a ovest, da est a sud. Ecco i nostri 20 vini preferiti. Dei vini bianchi e rossi etnei abbiamo già scritto.
I bianchi: quando il Mediterraneo sa essere anche verticale
Si comincia da Zisola, tenuta della famiglia toscana Mazzei nel cuore del Siracusano, con il suo Contrada Zisola 2024, un Catarratto IGT Terre Siciliane che colpisce per la sua vivacità: pesca, mela, kumquat e una nota erbacea che non disturba, ma anzi punteggia il sorso. Corpo compatto, sapidità decisa. Un vino “gastronomico” a tutto tondo. Ci stanno benissimo gli antipasti di mare della tradizione siracusana: alici marinate, gamberi rossi crudi, una frittura leggera di paranza.
Cambia registro, ma non abbassa la guardia, il Midor Catarratto 2025 di Tenuta Gorghi Tondi, DOC Sicilia: qui l’ananas e una nota aromatica quasi da Gewürztraminer di campagna si fondono con una struttura verticale e un finale agrumato che invoglia a non fermarsi al primo bicchiere. Abbinamento ideale con la pasta con le sarde, piatto simbolo della cucina siciliana, o con un cous cous di pesce alla trapanese: la zona è quella, dopotutto.
Dall’isola di Lipari, Eolie, arriva la voce del vulcano vero: Tenuta di Castellaro propone il suo Bianco Pomice 2025, Malvasia delle Lipari al 60%, Carricante al 40%. Naso gessoso, fumé, speziato; bocca lunghissima e sapida. L’isola dentro il bicchiere. Vuole pesce: una cernia al forno, un dentice alla siciliana con capperi e olive, o anche solo del tonno rosso appena scottato.
Poi c’è Planeta. Due etichette, due stili, una sola certezza: la qualità dei vini di questa azienda polimorfe non scende mai.
Il Didacus Chardonnay 2023 DOC Menfi gioca la carta della complessità alla francese — frutta esotica, burro, vaniglia, legno presente ma educato — con un sorso avvolgente e carnoso: la sua struttura chiama piatti di sostanza, un’aragosta alla griglia, un risotto ai funghi porcini, o anche un formaggio a pasta morbida di buona qualità. Il Cometa 2024, Fiano in purezza sempre da Menfi, sceglie invece la via dell’eleganza discreta: spezie lievi, bocca intensa, lunga, con una sapidità che ricorda il mare — e al mare va ricondotto, con totani ripieni e seppie in umido. Due filosofie, uguale eccellenza.
A Regaleali, Tasca d’Almerita porta in campo il Vigna San Francesco Chardonnay 2024: naso fresco di fiori bianchi e frutta gialla, palato agrumato e bilanciato. Il legno c’è, ma si fa perdonare subito. Un vino che regge bene piatti di media struttura: un’insalata di polpo con patate e sedano o — perché no — un’ottima mozzarella di bufala.
Tra i più sorprendenti della batteria, il Serra Ferdinandea 2024 dell’omonima tenuta di Sambuca di Sicilia (joint venture di Planeta con la famiglia francese Oddo): un blend Grillo e Sauvignon che sa di kiwi, foglia di pomodoro, timo, note vegetali in libertà. In bocca è concentrato, quasi vulcanico. La parola non è fuori luogo anche lontano dall’Etna. La sua vena erbacea e la sapidità intensa lo rendono compagno naturale di formaggi freschi di capra, verdure grigliate con olio extravergine, o di un piatto di pasta al pesto di pistacchio di Bronte.

Sulle montagne nell’entroterra palermitano, a due passi da Piana degli Albanesi e a quota 720-770 metri sul mare, Baglio di Pianetto imbottiglia il Viafrancia Bianco 2023 DOC Sicilia: Grillo, Inzolia e Catarratto in parti quasi uguali, con il 25% del vino affinato in legno sulle fecce e il resto in acciaio. A quell’altitudine la Sicilia somiglia già a un’altra cosa. Il risultato è un bianco strutturato, con profondità e stratificazione aromatica, dove ogni vitigno porta il suo contributo prima di convergere nel blend finale. Classe e artigianato che trovano il loro interlocutore ideale in un pollo ruspante arrosto alle erbe di montagna o in un caciocavallo di media stagionatura.
E poi c’è lei. Arianna Occhipinti porta il suo SM — Santa Margherita 2024, Grillo IGT da singola vigna a 500 metri sul livello del mare, nel territorio di Chiaramonte Gulfi. Lieviti indigeni, approccio di contrada, ambizione di cru. La sensazione è quella di un vino gessoso, minerale fino alle ossa, dove il sale dei fossili che affiorano in quei suoli si sente davvero. Poco alcol, molta personalità. Occhipinti non smette mai di stupire, e Chiaramonte — lo dice lei stessa — ha un potenziale straordinario per i bianchi ancora tutto da raccontare. A tavola, un vino così non va sovrastato: tartare di ricciola con agrumi e pepe rosa.
Chiude il capitolo bianchi il Cale Bianche 2025 di Fazio, Catarratto in purezza della DOC Erice da vigneti collinari. Banana, ananas, sapidità spiccata: una vendemmia anticipata di venti giorni — prima settimana di agosto, il caldo non perdona — ha preservato la freschezza che il vitigno in altre annate fatica a mantenere. Perfetto con il pesce spada alla ghiotta, piatto tipico del Trapanese, o con una caponata di melanzane in cui l’agrodolce dialoga volentieri con la vena tropicale nel calice.
I rossi: dal Corinto Nero al Rosso del Conte, passando per l’unica DOCG
Tra i rossi, la prima sorpresa porta il nome di Corinto Nero, vitigno di antichissima memoria, quasi dimenticato. Tenuta di Castellaro lo vinifica in purezza nel suo Corinto 2022 IGT: naso fumé, fiori secchi, prugna. Bocca concentrata, fresca, intensa. Un vino che parla di una Sicilia, arcaica, prefillosserica, orgogliosamente altra. Proprio per questa sua natura selvatica e profonda, si abbina a carni rosse alla brace, a un capretto al forno con patate, o alle braciole di maiale alla messinese.

Poi il Cerasuolo di Vittoria, unica DOCG dell’isola. Due interpretazioni: il Brunetti d’Opera 2021 di Casa Grazia, balsamico e speziato, con tannini nervosi ma non aggressivi — ci sta bene un ragù di carne alla siciliana, una pasta ‘ncasciata, o delle polpette al sugo di pomodoro — e le Grotte Alte 2021 di Arianna Occhipinti, che con metà Nero d’Avola e metà Frappato dal vigneto di Santa Teresa restituisce il ritratto più raffinato di questa denominazione. Lungo, sapido, con note balsamiche in evidenza. Un rosso che ha misura — qualità sempre più rara — e che predilige piatti di eleganza analoga: una terrina di coniglio o dei salumi artigianali di qualità.
Il Saia 2022 di Feudo Maccari è Nero d’Avola nel suo momento di grazia: frutto fresco nonostante il calore della vendemmia, tannino nobile, concentrazione pura al palato. Un vino solare nel senso buono, che con una costata di manzo alla griglia o una salsiccia di maiale nero dei Nebrodi trova la sua dimensione naturale.
Fra i numerosi Nero d’Avola si distingue anche il Cartagho 2021 etichetta Mandrarossa di Cantine Settesoli che si esprime con un floreale di violetta intenso, ciliegia rossa e liquirizia mentre il sorso è corposo, un po’ old style, armonico con un bel ritorno del frutto nel finale nonostante tannini ancora giovani. Si accosta bene con una pasta al forno ben farcita.
E poi c’è il Rosso del Conte 2020 di Tasca d’Almerita (da Nero d’Avola al 53% e Perricone al 47%): erbe aromatiche, rosmarino, timo, erbe officinali. Bocca elegante, snella, coerente, freschissima. Un rosso siciliano che non urla mai e che per questo si abbina bene accanto a piatti di territorio raffinati: agnello alle erbe con carciofi o un arrosto di vitello con riduzione di vino rosso e alloro.

Passiti e Marsala: l’isola che sa invecchiare
Chiudono la degustazione i vini che più di ogni altro raccontano la capacità della Sicilia di farsi apprezzare nel tempo. E che tempo!
Florio porta in campo due Marsala Vergine Riserva: il 2009 e il 2006. Il primo è un abbraccio di frutta secca, fichi, carruba, caffè tostato, ampio, sapido, con un finale di pasticceria secca che persiste parecchio al palato: ideale con formaggi stagionati a pasta dura, un ragusano DOP invecchiato, o da solo come vino da meditazione. Il secondo è più austero, quasi da brandy nella sua asciuttezza: miele, albicocca passita accennata, poi gusto vivace e lunghissimo. Qui il fegato alla veneziana o un paté di fegatini d’anatra non sono un’eresia, anzi. Eleganza senza fronzoli.
Pellegrino risponde con il suo Single Barrel 2005 DOC Marsala: note di rancio, castagno, spezie, fichi secchi. Secco, sapido, intenso. Un vino solare, nel senso più antico del termine: quello di un sole che non tramonta mai del tutto. Compagno storico del tonno in agrodolce e delle conserve di pesce, ma anche di una pasta con bottarga di tonno grattugiata al momento.
Chiude in bellezza Donnafugata con il Ben Ryé 2023, Passito di Pantelleria: albicocca passita, datteri, pasta di mandorla. Dolce ma non stucchevole, come sempre una certezza: la differenza tra un grande passito e un qualsiasi dessert wine sta tutta qui. Morbido, fresco, lungo. Pantelleria in un bicchiere. L’abbinamento classico è con la cassata siciliana o con i dolci alle mandorle della tradizione araba dell’isola, ma anche da solo, a fine pasto, sa chiudere un cerchio.
La Sicilia, dicevamo, è un continente. E come tutti i continenti, non si finisce mai davvero di esplorarla.

