Il 2025 si chiude con il segno meno per il vino italiano nel mondo, vittima di una congiuntura economica globale sfavorevole e di una tempesta commerciale che ha colpito duramente i mercati di Oltreoceano. Secondo i dati Istat analizzati dall’Osservatorio di Unione Italiana Vini (Uiv), l’export tricolore ha archiviato l’anno a quota 7,78 miliardi di euro, registrando una flessione del 3,7% rispetto al 2024. In termini assoluti, mancano all’appello circa 300 milioni di euro, con volumi spediti che scendono a 21 milioni di ettolitri (-1,9%).
A determinare questo “buco” di bilancio è stato soprattutto il tracollo del mercato statunitense. Gli USA, storicamente primo sbocco per le nostre etichette, hanno segnato un pesante -9,2% in valore, bruciando 178 milioni di euro. Sulla performance hanno pesato l’introduzione di dazi doganali nel secondo semestre e la contestuale svalutazione del dollaro, che ha frenato gli acquisti di rossi fermi e bollicine. Se l’area extra-UE soffre complessivamente (-6,4%), a salvare parzialmente i conti è la tenuta del mercato interno europeo (+0,5%), con la Germania stabile e la Francia che, paradossalmente, aumenta gli acquisti di vino italiano del 3,6%.
Proprio il confronto con i cugini d’Oltralpe offre una chiave di lettura ambivalente. Sebbene l’Italia pianga, la Francia “dispera”: Parigi ha infatti chiuso l’anno con perdite doppie rispetto alle nostre (-18,8% negli USA). «Una vittoria di Pirro – ha commentato il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti – poiché guadagniamo quote di mercato solo perché gli altri perdono di più».
Dal punto di vista territoriale, arretrano le tre regioni “locomotive” del vino italiano: il Veneto limita i danni (-1,2%), mentre Toscana e Piemonte cedono rispettivamente il 2% e il 2,2%. Tra le tipologie, gli spumanti (-2,5%) confermano una maggiore resilienza rispetto ai vini fermi, che calano del 4,3%.
Per il presidente di Uiv, Lamberto Frescobaldi, la ricetta per la ripresa passa per la rimozione delle barriere burocratiche interne all’Unione Europea e una decisa diversificazione commerciale. «La “sveglia” dei dazi ci impone di allargare l’orizzonte verso nuovi mercati terzi», ha dichiarato, sottolineando come l’attivismo manageriale e la sinergia con le istituzioni siano ormai indispensabili per difendere il primato del Made in Italy.
Elaborato da fonti ISTAT e Osservatorio Unione Italiana Vini

