Dom. Apr 12th, 2026

Le vie del vino sono infinite – Da dove parte, come viaggia, dove arriva l’export del vino italiano e quali sono le prospettive per il 2026

diUmberto Gambino

11 Dicembre 2025

di Umberto Gambino

La parola “dazi” è senza dubbio fra quelle più citate e ricercate nel web in tutto il 2025. Dazi collegata a un altro termine: esportazione (export per gli anglofili). Per noi che amiamo e seguiamo le sorti del vino italiano, l’esportazione di vino per buona parte dell’anno che sta finendo è stata segnata dall’introduzione dei dazi sulle nostre bottiglie commercializzate nel mercato degli Stati Uniti, quello più importante. Le previsioni più ottimistiche indicano che le esportazioni totali di vino italiano in valore potrebbero superare gli 8,2 miliardi di euro nel 2025, con una crescita stimata attorno al +1,5% rispetto all’anno precedente. Ma i dati definitivi sono tutti da confermare più avanti. E’ certo invece che, secondo gli ultimi report, il settore ha dovuto affrontare la sfida dei nuovi dazi statunitensi del 15% (entrati in vigore ad agosto 2025), che hanno avuto un impatto negativo, soprattutto negli ultimi mesi dell’anno, sul valore dell’esportazione delle nostre bottiglie verso il mercato USA.

Secondo dati ufficiali ISTAT il valore complessivo delle esportazioni di vino italiano verso gli Stati Uniti si è aggirato nei primi 7 mesi del 2025 intorno a 1,1 miliardi di euro.

Per dare un’idea dell’impatto negativo dei dazi sulle esportazioni di vino italiano, basti pensare che gli Stati Uniti rappresentavano un mercato con importazioni per quasi 2 miliardi di euro nel 2024. Nonostante sia rimasto il mercato leader per i nostri vini, la crescita è stata annullata nella seconda metà dell’anno, proprio in conseguenza delle nuove tassazioni doganali.

In definitiva, l’export di vino italiano negli Stati Uniti ha subito un netto crollo nei mesi di luglio e agosto (-28% in valore), nonostante gli “sconti” anti-dazi dei produttori italiani che nel periodo hanno abbassato i listini in media di circa il 17%. È questa la sintesi dell’Osservatorio di Unione Italiana Vini (UIV) sulle esportazioni verso gli Usa nei primi 8 mesi del 2025. Disastroso il mese di agosto: – 30% in valore.

Nel terzo trimestre il prezzo del vino italiano diretto verso gli Usa ha subito un taglio medio del 15%, quello francese addirittura del 26%.

“È inutile negare – ha commentato Lamberto Frescobaldi, presidente UIV – che stiamo vivendo una situazione di tensioni di mercato, con quasi 110 milioni di euro persi solo nell’ultimo trimestre rispetto all’export Usa prodotto nello stesso periodo dello scorso anno”.

In questo 2025 si è creato un clima di incertezza che ha inciso sia sulla domanda statunitense sia sulle strategie distributive dei produttori italiani. In uno scenario alimentato da continue tensioni geopolitiche e in cui anche la debolezza del dollaro (che riduce il potere d’acquisto dei buyer americani) sta facendo la sua parte, comprendere come il vino lascia l’Italia e quali sono oggi le vie più strategiche per raggiungere il resto del mondo — soprattutto Stati Uniti ed Estremo Oriente — diventa fondamentale per operatori, consorzi e lettori del settore.

I dazi impongono cambianti: tra front-loading e diversificazioni
Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti hanno generato due effetti immediati: spedizioni anticipate (il cosiddetto front-loading: gli importatori statunitensi hanno ordinato di più prima dell’entrata in vigore dei nuovi dazi doganali) e, successivamente, una riduzione degli ordini, soprattutto sulle denominazioni più sensibili ai costi. Il risultato è un export più volatile, che spinge molte cantine italiane a guardare con ancora più attenzione a mercati come Giappone, Corea del Sud, Cina, Hong Kong e Sud-Est asiatico.
Allo stesso tempo, il 2025 conferma un trend strutturale: il vino viaggia soprattutto via container marittimo, mentre l’aereo resta riservato alle etichette di alta gamma o alle spedizioni veloci. La logistica intermodale, con il suo ruolo di raccordo fra ferrovie, gomma e porti, continua invece a crescere come pilastro organizzativo del sistema italiano.

Da dove parte il vino italiano: i nodi logistici chiave

I porti: i veri snodi dell’export
Il 90% del vino italiano destinato a oltreoceano viaggia via mare. Ecco i porti più importanti:

Genova
È il principale gateway (punto di accesso) del Nord Italia. Servito da numerose linee transoceaniche dirette verso East Coast e West Coast USA e verso i grandi hub asiatici. I terminal container dispongono di servizi dedicati ai prodotti sensibili alla temperatura, inclusi i reefer (container refrigerati).

La Spezia
Molto utilizzato da Toscana, Emilia e Veneto, è uno dei porti più efficienti per traffico container e ha consolidato collegamenti rapidi verso Stati Uniti e Medio Oriente/Asia.

Livorno
E’ il favorito dai produttori del Centro Italia (Toscana in primis) e in alcuni casi del Meridione. Offre sia servizi container sia connessioni con i traffici ro-ro (cioè è quel metodo di trasporto marittimo in cui merci su ruote (veicoli, camion, rimorchi, macchinari) vengono caricate e scaricate dalle navi tramite rampe, senza l’uso di gru, ottimizzando tempi e costi e riducendo rischi di danno). È uno dei punti di partenza tradizionali dei grandi volumi di Chianti, Bolgheri e altre denominazioni toscane.

Trieste
Si distingue per l’alto livello di intermodalità e per i collegamenti ferroviari diretti con l’Europa centrale, da cui partono molti container diretti verso l’Asia.

Venezia
E’ particolarmente utilizzato per carichi misti e consolidati provenienti da Veneto e Friuli, soprattutto per spumanti e Prosecco.

Gioia Tauro
Non è un porto di imbarco tipico per piccoli produttori, ma è un hub di transhipment (trasferimento di merci da un mezzo di trasporto a un altro) cruciale nel Mediterraneo: molti container di vino partiti da La Spezia, Genova o Trieste finiscono in transito qui prima di proseguire verso Asia o Americhe.

Gli aeroporti
Il vino viaggia in aereo solo in percentuali minime — ma strategiche. Le bottiglie di altissimo valore (Brunello, Barolo, Supertuscan), i campioni per le fiere, gli ordini urgenti dei distributori e le spedizioni per aste e collezionisti passano quasi sempre dagli aeroporti principali.

Milano Malpensa
Il principale hub cargo italiano. Ha linee dirette con New York, Chicago, Miami, Hong Kong, Seul e Tokyo. In crescita la componente e-commerce legata al vino premium.

Venezia, Bergamo, Roma Fiumicino
Hanno un ruolo complementare e sono utilizzati da spedizionieri e operatori regionali per invii più piccoli o per collegamenti belly-cargo (spazio nelle stive dei voli di linea).

Interporti e logistica terrestre: il “dietro le quinte” dell’export
La maggior parte del vino viene imbottigliata e preparata alla spedizione ben lontano dai porti. Per questo gli interporti italiani sono fondamentali come centri di consolidamento e instradamento. Questi i più rilevanti:

Interporto di Verona (Quadrante Europa) – cuore logistico del Nord Italia, con treni regolari verso i porti del Nord Europa e del Mediterraneo.

Interporto di Padova – molto utilizzato per il Prosecco e le denominazioni venete.

Interporto di Bologna – nodo centrale per Emilia-Romagna e Toscana.

Interporto di Ancona – importante per l’area adriatica e i collegamenti ferroviari verso Trieste e Venezia.

Negli interporti avviene il consolidamento dei container: pallet di vino di diversi produttori vengono caricati sullo stesso container per ottimizzare i costi. Qui si decide anche il trasporto ferroviario o stradale fino al porto di imbarco.

Come viaggia il vino: non solo container

La forma standard sono i container da 20’ e 40’. Il vino viaggia:
in cartoni su pallet: la norma per il vino imbottigliato;
in container reefer (refrigerati) quando serve controllo termico;
oppure in bulk, tramite flexitank (serbatoi flessibili), quando grandi imbottigliatori esteri confezionano localmente (tendenzialmente meno comune per l’alto valore delle denominazioni italiane, ma usato per alcune tipologie entry-level).

Destinazioni finali: dove arriva il vino italiano

Verso gli Stati Uniti
I principali porti di arrivo sono:

New York – New Jersey (East Coast): il più importante per valore, perché serve tutto il mercato della costa est.

Savannah e Charleston: sempre più usati per il Sud-Est degli USA.

Los Angeles e Long Beach (West Coast): gateway per California, Nevada e per la distribuzione cross-country via ferrovia.

Il transito medio via nave è di 15–22 giorni per East Coast (rotte dirette o via hub mediterranei), 28–35 giorni per West Coast.

Verso l’Estremo Oriente

Principali porti di arrivo:
Shanghai, Ningbo, Shenzhen (Cina);
Busan (Corea);
Tokyo/Yokohama e Osaka (Giappone);
Singapore e Port Klang (hub del Sud-Est asiatico).

Le rotte sono generalmente via Suez, con tempi medi di 25–32 giorni per Cina e Corea e fino a 35–40 per Giappone e Sud-Est asiatico.

L’effetto dazi sul sistema logistico

L’impatto dei dazi USA non si è limitato ai prezzi: ha inciso sulla programmazione logistica in modalità diverse attraverso la riduzione degli ordini, una maggiore volatilità della domanda (organizzare la catena di approvvigionamento risulta più difficile per cantine e spedizionieri) e più interesse verso l’Asia e i mercati emergenti, al fine di mantenere competitività.

Prospettive per il 2026
Il futuro dell’export vinicolo italiano dipenderà dalla dinamica dei dazi e dai risultati dei negoziati internazionali. E’ sicuro che si sta andando verso una maggiore diversificazione dell’export verso altri mercati, diversi da quello USA. Due tendenze sono già chiare:
la crescita dell’Asia come mercato strategico: soprattutto Giappone e Corea, dove il pubblico premium è disposto a pagare per qualità e origine.
la riorganizzazione logistica: più intermodalità, più efficienza prese dai player logistici, più attenzione a temperatura, tracciabilità e sostenibilità.

In questo contesto dobbiamo essere ottimisti: l’Italia parte da una posizione di forza grazie a una rete di porti competitivi, un sistema intermodale solido e una reputazione internazionale del vino che resta, da sola, un potente impulso commerciale.

Scritto su dati ricavati da fonti Istat, UIV, ICE

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diUmberto Gambino

Concluso il trentennale percorso televisivo al Tg2 in Rai, si è aperto per me un nuovo capitolo professionale. WineReporter è una vera e propria ripartenza: oggi sono più motivato che mai a dedicare ogni mia energia al mondo della viticoltura e dell'enologia che è e resta il mio habitat naturale. Il mio obiettivo di giornalista è quello di raccontare il vino in modo moderno, senza filtri, con una libertà nuova, utilizzando il potere delle immagini e del web per arrivare dritto al cuore del lettore. Oggi la mia carriera si muove lungo un binario preciso: la narrazione del vino intesa come valore economico, culturale e umano.