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Faro DOC, cinquant’anni sullo Stretto. Verzera: «Siamo un’eccellenza che fuori dalla Sicilia nessuno vede. Adesso cambiamo»

diUmberto Gambino

8 Ottobre 2026

di Umberto Gambino

Il presidente del Consorzio usa il mezzo secolo della denominazione come leva di rilancio: convenzioni tra produttori, una giornata identitaria, cartelli sul territorio, enoturismo e masterclass nazionali

Sulle colline che guardano lo Stretto, dove il vigneto si aggrappa a pendenze che non perdonano e la Calabria sembra a portata di mano, il vino si fa ancora come un mestiere di fatica. Sono le terre del Faro, il nome che arriva dalla lanterna di Capo Peloro. È una delle denominazioni più piccole d’Italia: il 3 dicembre compie cinquant’anni. Stelio Verzera, giovane neopresidente, da pochi mesi alla guida del Consorzio, ha deciso che la ricorrenza non sarà una festa di compleanno ma un cantiere.

Presidente, cinquant’anni. Si celebra o si rilancia?
«Tutte e due le cose, ma la seconda conta di più. Apriamo il 3 dicembre, giorno del riconoscimento ministeriale, e chiudiamo il 4 marzo, anniversario della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, nel 1977. In mezzo c’è un programma che deve lasciare qualcosa dopo le candeline.»

Chi inviterete?
«Abbiamo pensato a tre platee. Un momento istituzionale, uno aperto al pubblico e uno riservato a stampa e addetti ai lavori. Sono tre linguaggi diversi, che per noi servono tutti.»

Partiamo dal problema. Qual è?
«Lo dico senza giri di parole: facciamo un vino di grande qualità che fuori dalla Sicilia è quasi invisibile. È questo il divario da colmare.»

Perché un Faro DOC fatica a farsi conoscere?
«Perché qui produrre costa sacrificio. Parliamo di viticoltura eroica: terreni impervi, lavorazioni quasi tutte a mano, clima caldo. E c’è un vincolo che pochi conoscono: l’irrigazione è ammessa solo come “acqua di soccorso” nei primi tre anni dall’impianto. Poi il vigneto vive di quello che manda il cielo, annata per annata.»

E chi lo fa, questo vino?
«Piccole aziende, spesso famiglie. Altissima qualità artigianale, ma pochissime risorse per il marketing. Nessuno da solo può permettersi di andare a raccontarsi a Milano o a Roma.»

Da qui la scelta di fare squadra.
«Esatto. La prima leva è la coesione interna. Vogliamo avviare convenzioni tra gli associati per creare sinergie che finora non ci sono mai state. Produttori che lavorano fianco a fianco senza parlarsi: ecco, questo deve finire.»

Si parla anche di una “giornata della Doc Faro”.
«Vogliamo istituirla ufficialmente, con ogni probabilità il 3 dicembre. Un rito annuale, un appuntamento identitario. Le denominazioni si riconoscono anche dalle date che sanno darsi.»

E sul territorio, cosa si vedrà?
«Cartelli. Sembra poco, ma non lo è. Oggi, chi arriva qui, spesso non sa di essere dentro il territorio di una Doc storica. Vogliamo una cartellonistica diffusa che segni i confini della denominazione e indichi le aziende aderenti. Il territorio deve dichiararsi.»

L’enoturismo è una scommessa o una realtà?
«È già una realtà, ma va consolidata. Diverse cantine offrono non solo la degustazione ma anche l’ospitalità. Dobbiamo trasformare la visita in un soggiorno, il bicchiere in un’esperienza completa.»

E la seconda leva, la visibilità esterna?
«Organizzeremo masterclass su scala nazionale, rivolte a esperti e sommelier. È una scelta precisa: prima costruiamo la reputazione presso chi il vino lo racconta e lo consiglia, poi arriviamo al grande pubblico. Partire dal basso, con i numeri che abbiamo, sarebbe sprecare energie.»

Tempi?
«Le date di apertura e chiusura sono fissate. Convenzioni, giornata, cartelli e masterclass sono in calendario, i tempi li definiremo nei prossimi passaggi.»

Fra cinquant’anni, cosa vorrebbe si dicesse di questo cinquantenario, nel frattempo divenuto centenario?
«Che è stato l’anno in cui il Faro ha smesso di essere un segreto per pochi.»

www.consorzioditutelavinofarodoc.it

 

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diUmberto Gambino

Concluso il trentennale percorso televisivo al Tg2 in Rai, si è aperto per me un nuovo capitolo professionale. WineReporter è una vera e propria ripartenza: oggi sono più motivato che mai a dedicare ogni mia energia al mondo della viticoltura e dell'enologia che è e resta il mio habitat naturale. Il mio obiettivo di giornalista è quello di raccontare il vino in modo moderno, senza filtri, con una libertà nuova, utilizzando il potere delle immagini e del web per arrivare dritto al cuore del lettore. Oggi la mia carriera si muove lungo un binario preciso: la narrazione del vino intesa come valore economico, culturale e umano.