Mer. Ott 7th, 2026

Vigneti Verzera – Due fratelli, una famiglia, la DOC Faro e il gesso dei suoli che fa la differenza

diUmberto Gambino

24 Agosto 2026

di Umberto Gambino

Sulla collina terrazzata che guarda le Eolie, i Verzera hanno preso alla lettera il nome della denominazione: Faro. E lo hanno messo sulle etichette, insieme alle auto storiche di famiglia.

Il paese è Gesso (da queste parti li chiamano “villaggi”) e non è una metafora: il minerale sta lì, nel terreno, e finisce nel bicchiere. Ci si arriva salendo dalla statale 113 litoranea, frazione Orto Liuzzo, estremo nord del comune di Messina, e a un certo punto la collina si apre a cavea — terrazza dopo terrazza, fino al torrente. Duecento metri sul livello del mare, duecentotrenta nel punto più alto, esposizioni a sud, sud-est e sud-ovest, le Eolie in faccia. Nelle giornate limpide si vede la linea vulcanica: Etna e Stromboli – tutte le Isole in mezzo – che si sorvegliano da lontano, ciascuno col suo pennacchio.

La famiglia Verzera posa davanti a un’ auto storica

È qui che Stelio e Maria Luisa Verzera (trent’anni e poco più) hanno deciso di fare i viticoltori. Lui, laurea in economia aziendale, è l’amministratore: strategia e problem solving quotidiano. Lei, architetto, siede tra le Donne del Vino e ha disegnato l’identità del marchio. Alle spalle i genitori, con un ruolo che il padre Totino liquida ridendo: «Io faccio il papà» — salvo poi restare dentro ogni discussione mentre a decidere quali vini fare è mamma Ketty. Dietro ancora, tre generazioni di un’altra passione di casa: i motori. Le auto d’epoca della collezione di famiglia sono finite sulle etichette, con i fari che sparano due fasci di luce a incorniciare il nome del vino. Il gioco visivo vale una dichiarazione d’intenti: la denominazione si chiama Faro, e loro l’hanno presa alla lettera. In un angolo resta lo stemma nobiliare degli avi. Verzera, in soldoni, è una bella famiglia messinese che, cinque anni fa, ha deciso di fare vino molto seriamente e con tanta passione.

La costa tirrenica messinese vista dai vigneti Verzera

Il vigneto che li ha stregati

Le viti erano già lì, piantate tra il 2006 e il 2008 da un proprietario che il Faro lo faceva per il suo agriturismo e per gli amici: vino che il mercato non l’ha mai visto davvero. I Verzera entrano prima in affitto, poi comprano nel 2021. Da tre ettari vitati si passa a cinque con un arrotondamento fondiario, arrivano nuovi impianti e soprattutto altro Nerello Mascalese, che diventerà la spina dorsale anche dei bianchi. Verso il mare hanno piantato ulivi a fare da paravento; il resto lo completano melograni e fichi d’India, che qui non sono decorazione ma conf

Il terreno è di medio impasto su terrazze prevalentemente gessose, e la parcellizzazione per esposizioni obbliga a raccogliere a scaglioni, con agronomo ed enologo a discutere blocco per blocco. Scirocco e maestrale fanno il resto: ventilazione costante, sanità dell’uva, acidità che regge. L’azienda è biologica certificata e lavora con una centralina meteo che detta i tempi degli interventi — agricoltura 4.0 applicata a cinque ettari, il che dice quanto sia cambiata la scala del mestiere.

La DOC più piccola, e più corteggiata, di Sicilia

Il Faro è una denominazione minuscola e antichissima. Il disciplinare è del 1976 e copre il territorio del solo comune di Messina, da Ponte Gallo a Giampilieri: Nerello Mascalese dal 45 al 60 per cento, Nerello Cappuccio dal 15 al 30, Nocera tra il 5 e il 10, più una quota fino al 15 di Nero d’Avola. Nell’Ottocento questo vino partiva per Bordeaux e per la Borgogna a rinforzare i rossi francesi; oggi l’intera denominazione sta in una quarantina di ettari. I conti che fanno i Verzera sono spietati e precisi: diciannove aziende abilitate, diciotto attive, diciassette che chiudono davvero il ciclo dalla pianta alla bottiglia. E qualcuna la DOC la rivendica un anno sì e due no. Il Consorzio di tutela e nato nel 2002: conta oggi diciotto soci; Stelio Verzera è il presidente neo eletto.

Enoturismo per valorizzare il territorio

La cantina in vigna, com’era nell’idea iniziale, non si è potuta fare a causa di una fagli a sottostante. Così i Verzera hanno comprato una struttura a cento metri di distanza e ci hanno messo dentro tutto: cantina al piano terra — acciaio, tonneaux, e da quest’anno anche le anfore — sala degustazione al primo piano, dieci suite sui due livelli superiori. Il rudere in vigna, ristrutturato, resta il belvedere per gli assaggi. Sedicimila bottiglie l’anno, con il 2023 tagliato di un terzo da un’annata disastrosa, e l’enoturismo come vero motore commerciale: visite su prenotazione, mattina e sera, piccoli gruppi portati tra i filari con un Defender a nove posti, taglieri di suino nero dei Nebrodi e formaggi a chilometro zero. In Sicilia il quaranta per cento di chi visita una cantina compra almeno una bottiglia, il quindici per cento almeno un cartone: a prezzo da enoteca e senza provvigioni, il margine cambia faccia.

Quattro vini, una sola filosofia: mai sopra i 13 gradi

Sotto la regia dell’enologo marsalese Nicola Centonze e dell’agronomo etneo Marco Gumina la linea è dichiarata: freschezza, bevibilità, alcol contenuto. Niente vini «pesantoni», per usare le parole di casa. Quattro le etichette finora.

Ibbisu Rosato 2025 – Nerello Mascalese in purezza — «ibbisu» è gesso in dialetto messinese, come Gypsos lo è in greco antico: la stessa parola due volte, in due lingue che qui convivono da millenni. Al naso arancia, pesca tabacchiera, rosa, gelso e nepitella; in bocca è fresco e morbido insieme, con una nota iodata e salmastra che tradisce il mare a un chilometro in linea d’aria. Aperitivo, senza troppe cerimonie.

Ibbisu Bianco 2025 – Ottanta per cento Nerello Mascalese vinificato in bianco, venti per cento Moscato. Cedro e petali di rosa, l’aromaticità del Moscato che si fa sentire senza prendere il comando, poi speziatura, frutta fresca e una mineralità netta. Lungo. È anche la bottiglia che vende di più: dettaglio non secondario, perché racconta dove sta andando il consumo.

Phôs Bianco 2023 – Nerello Mascalese con un venti per cento di Chardonnay che arriva dalla Sicilia occidentale, vinificato in tonneau di rovere francese; in programma i tini troncoconici e un passaggio in anfora. Dodici gradi e mezzo. Al naso una nota fumé che poi si ritira, e dietro gelsomino, fiori d’arancio, lime; il sorso è fresco, sapido, lungo. Meno tipico del territorio, e lo si nota: qui la ricerca stilistica prende il sopravvento sulla geografia. Il nome viene dal greco «luce» e da una MV Agusta Sport del 1952. È stato il primo vino dei Verzera ad arrivare sul mercato: annata 2022, esordio nel 2023.

Gypsos Faro DOC 2022. La punta di diamante, e l’unico rosso a denominazione di origine (gli altri tre vini sono IGT). Frutta rossa fresca, spezie, tabacco, cuoio, balsamico ed erbe officinali portate dal legno, su una mineralità spiccata che è la firma del terreno gessoso. All’assaggio è morbido, fresco, sapido, con tannini setosi. Dodici mesi in acciaio, poi sei mesi in tonneaux da 500 litri di due tostature diverse, poi altri sei in bottiglia. L’annata 2021 è entrata nella selezione 5StarWines — The Book del Vinitaly 2025, unico Faro DOC in guida.

Il punto

La domanda che aleggia su tutte le denominazioni microscopiche è sempre la stessa: restare piccoli è una condanna o una scelta? A Gesso hanno risposto aprendo l’azienda a trecentosessanta gradi — vigna, cantina, ospitalità, racconto — e puntando su un consumatore che non è giovane per anagrafe ma per modo di bere. Convivialità, sorso leggero, contesto. Il resto, come dicono i Verzera, lo fa il posto: una montagna terrazzata che finisce nel mare, con due vulcani sullo sfondo. Non è poco da mettere in etichetta.

 

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diUmberto Gambino

Concluso il trentennale percorso televisivo al Tg2 in Rai, si è aperto per me un nuovo capitolo professionale. WineReporter è una vera e propria ripartenza: oggi sono più motivato che mai a dedicare ogni mia energia al mondo della viticoltura e dell'enologia che è e resta il mio habitat naturale. Il mio obiettivo di giornalista è quello di raccontare il vino in modo moderno, senza filtri, con una libertà nuova, utilizzando il potere delle immagini e del web per arrivare dritto al cuore del lettore. Oggi la mia carriera si muove lungo un binario preciso: la narrazione del vino intesa come valore economico, culturale e umano.